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domenica 21 settembre 2014

Recensione videogioco: Dead Rising 2: Off the Record






Titolo: Dead Rising 2: Off the Record
Anno: 2011
Sviluppatore: Blue Castle Games
Distributore: Capcom
Piattaforme: PC, Xbox 360, PS3
Piattaforma testata: PS3


Quartier generale di Blue Castle games/Capcom Vancouver, 2011

"Buongiorno. Dead Rising 2 è sul mercato ormai da mesi. Immagino abbiate intuito il perché ho indetto questa riunione."
"Non si preoccupi signor Capcom, ci stiamo lavorando duramente... ancora poco e riusciremo a rendere la versione PC un pò meno merdosa"
"Eh?... Non avete capito proprio niente, quello che intendevo è che serve una riedizione."
"una che?"
"oh, Gesù... si vede proprio che siete gli ultimi arrivati. Ora vi spiego come funziona da queste parti... avete fatto un gioco di successo? Ora, è vostro preciso dovere riproporlo con qualche variante, a 
prezzo intero o quasi. Ora, qualcuno ha qualche idea in merito?"
"Mmm... Non saprei signor Capcom, non so se questa sia una buona idea. Voglio dire, è un titolo appena uscito e..."
"Ascoltami giovanotto, sarò schietto. Quando vi ho messo sotto contrato mi aspettavo che aveste le idee abbastanza chiare. Normalmente, a questo punto di una riunione ho già spunti per 27 nuove versioni di Street Fighter 2, quindi sappiate che siete indietro rispetto alla tabella di marcia. Dunque, mi aspetto qualche proposta."
"Eh insomma, mica è così facile..."
"Diosanto, come se ci volesse tanto. Cosa ne dite di un remake HD? Con Resident Evil facciamo conto di fregare un sacco di gente."
"Con tutto il rispetto, dead Rising 2 è già in HD"
"Uh, giusto. Allora, una ULTIMATE HD. Sempre con Resident Evil, facciamo conto di fregare un sacco di..."
"Ehmm... Quella la annuncerete tra un tre anni circa"
"Ora però non fare il saputello, ragazzo. E comunque, non ho ancora sentito proposte."
"Non so signor Capcom... Dead Rising 2 è una megafigata del Cristo. Come facciamo a migliorarlo?"
"Nuovi nemici magari? Gli zombie sono così anni 2000. Potremmo metterci dei generici terroristi mediorientali, O russi. O..."
"Che ne dite di inserti stealth? I giocatori amano quella roba, che abbia senso o meno"
"Un porting PC decente?"
"Dì ancora una cosa del genere e puoi considerarti licenziato."
"E se... rispolverassimo Frank West?"
"Perché non... Oh cazzo, bell'idea"
"Come ho fatto a non pensarci prima?"
"Alla buuon'ora, qualcosa di costruttivo. West piace al pubblico, lo stiamo già inserendo a cazzo di cane un pò ovunque"
"In effetti... Se quelle fighette sessualmente represse di Konami l'han fatto col Pyramid Head, chi siamo noi per essere da meno?"
"Ecco lo sprito che voglio sentire. Finalmente abbiamo un punto di partenza. West a Fortune City, può funzionare. Basta metterci commenti sarcastici a ogni dove, qualche mossa di wrestling e magari una nuova area dove Frank può fare un sacco di stronzate divertenti... Qualcosa che abbia un nome scemo, che magari suoni come 'la zona del tuo ano'... solo, non così banale"
"Mi piace... Ho già in mente un paio di nuovi boss"
"Wow le modifiche alla trama praticamente si scrivono da sé"
"Possiamo reinserire le foto nel gameplay. E ora che ci penso, potremmo integrare tante di quelle novità da giustificare una riedizione dai 40 euro in su..."
"Ora, non allargarti troppo. Comunque è deciso, Dead Rising 2 con Frank West, fotografie, cose sceme, dai 40 euro in su. Mi aspetto il prodotto finito entro sei mesi. Se non altro non è statauna perdita di tem..."
"Signor Capcom?"
"Sì?"
"A sto giro, la versione PC possiamo farla non merdosa?"
"Sei licenziato."


E così nacque Dead Rising 2: Off The Record.







Voto: 9/10

mercoledì 3 settembre 2014

Recensione videogioco: Dead Rising 2






Titolo: Dead Rising 2
Anno: 2010
Sviluppatore: Blue Castle Games
Distributore: Capcom
Piattaforme: PC, Xbox 360, PS3
Piattaforma testata: Xbox 360


Willamette è stato solo l'inizio. Sono trascorsi quattro anni dall'"incidente" che gli sforzi di Frank West hanno portato all'attenzione nazionale e mondiale, ma la prima epidemia di zombie su suolo americano non è rimasta un episodio isolato, con conseguenze tragiche quanto clamorose (tra cui, Las Vegas praticamente spazzata via dalle carte geografiche). Ovviamente, ci vuole ben altro che un problemuccio del genere per inceppare per inceppare il fiero spirito capitalista e il senso del business dello zio Sam: a tempo di record, il complesso di Fortune City è emerso come il nuovo punto di riferimento per chiunque voglia dirottare i propri quattrini in una sbornia di intrattenimento, gioco d'azzardo e malattie veneree. Resta uno sgradevole surplus di stupidi non morti da smaltire? Ecco nascere format come il popolarissimo Terror is Reality, dove i coraggiosi concorrenti dovranno sfidarsi in una serie di pirotecniche prove a base di mortacci obliterati nei modi più violenti e spassosi possibili, tutto per la gioia del pubblico pagante. Ma che dire degli sfortunati cittadini infettati, le cui stime si aggirano su diversi milioni? Niente paura, non verranno abbandonati al loro destino. Naturalmente a patto di potersi permettere la dose quotidiana di Zombrex, un prodigioso (quanto costoso) farmaco in grado di inibire il processo di zombificazione per 24 ore.
Chuck Greene ha avuto la sventura di essersi ritrovato esattamente nel mezzo di tutto questo casino: sopravvissuto a Las Vegas, dove ha visto la moglie morire e la figlioletta Katey beccarsi un poco salubre morso infetto, l'ex campione di motocross e novello  genitore single ha vissuto tempi durissimi, dilapidando i propri risparmi per assicurare a Katey la preziosissima medicina, e proprio per questo bisogno, si troverà a partecipare -con lo stesso entusiasmo che ci si potrebbe aspettare nel prepararsi a un'accurata visita proctologica- all'ultimo evento di Terror is Reality, proprio nell'arena di Fortune City.
Ma il destino ha in serbo una bruttissima sorpresa: un'esplosione presso le barriere di sicurezza, e in men che non si dica, il resort è sommerso da schiere a perdita d'occhio di non morti, liberi di vagare e farsi un week end di baldoria e cibo fresco. Per il buon Chuck (che, non c'è più dubbio, porta più sfiga di un camion di gatti neri) è l'incubo peggiore che torna a materializzarsi: e come se non bastasse l'essere intrappolato in attesa dei soccorsi e a corto di Zombrex, il nostro riluttante eroe scopre oltretutto di essere stato falsamente accusato come responsabile dell'accaduto. Insomma: sopravvivere in un ambiente un tantinello insidioso, occuparsi della salvaguardia della propria bambina anche a costo di rovistare fino all'ultimo angolo di Fortune City, salvare quante più persone possibili, e magari, nel libero libero, fare qualcosina per dimostrare al mondo di non essere un sanguinario terrorista. Spero proprio che tu non abbia preso impegni per i prossimi tre giorni, Chuckie.

Formula che vince non si cambia, è questa la filosofia di fondo che ha animato i ragazzi di Blue Castle Games nello sviluppare Dead Rising 2. E di vincente, di unico e di immensamente appagante, al primo capitolo del survival-sandbox targato Capcom non mancano di certo solidissime fondamenta da cui ripartire. Questo sequel parte precisamente con l'intento di rispettare con rigore religioso queste premesse:

La modalità principale ripartita su 72 ore? Rieccola.
Le frenetiche lotte contro le lancette dell'orologio per portare a termine qualunque compito? Potete giurarci, e ora muovete quelle chiappe, su.
I fantatrilioni di zombie ovunque vi troviate, e l'altrettanto variegato ventaglio di soluzioni che potrete adottare? Come prima, più di prima.
Le continue missioni di scorta? Ovviamente.
I boss schifosamente impegnativi? Sì, diosanto, sì...
Il grado di sfida spietato, le playthrough multiple praticamente obbligate, le bestemmie? Preparatevi a guadagnarveli per bene, i finali migliori.
L'irriverenza di fondo, i toni orgogliosamente esagerati, il divertimento insano? FUCK YEAH!!

Già riuscire a riproporre con la stessa efficacia gli elementi che hanno reso grande l'originale Dead Rising senza scadere nella banale copia carbone è un traguardo di tutto rispetto, e non si può dire che gli accorgimenti messi appositamente in atto non abbiano fatto centro.

Ad esempio, la novità più significativa sul fronte gameplay è l'introduzione delle armi combo, e fidatevi, è una new entry che si fa sentire. Chuck, a differenza del caro vecchio Frank, non ha alcun interesse nel portarsi a presso una fotocamera con cui andare a caccia di scatti unici e remunerativi; ma in compenso è un valido meccanico, un talento naturale nel fai da te, nonché possessore di un'immaginazione molto ma molto malata. Il primo accesso a un banco da lavoro, la scoperta di una mazza da baseball e una scatola di chiodi: il passo da quel rudimentale quanto efficace bastone ferrato che che vi troverete tra le mani fino all'ideazione e all'assemblaggio degli strumenti di morte più improbabili, eccessivi e gratuitamente fighi che qualunque cacciatore di zombie abbia mai avuto il coraggio di concepire. Vi piace l'idea di una pagaia con due motoseghe alle estremità? O forse vi aggrada maggiormente l'idea di un forcone potenziato dal motore di un trapano industriale? Ancora banali per i vostri gusti? Allora c'è sempre un elmetto con una lama di falciatrice installata in cima, o una sedia a rotelle elettrica tappezzata di fucili d'assalto e programmata per lanciare insulti con una voce robotica alla Stephen Hawking (no, non me lo sto inventando.).... E questo, solo per rendere l'idea. La varietà di armi convenzionali e improprie a disposizione e tutti i margini di improvvisazione da combattimento era già fantastica nel primo capitolo; la trionfale orgia di nastro adesivo e ingegneria Macgyveristica degenerata che risponde al titolo di Dead Rising 2 va ben oltre, spingendo questo fattore all'estremo e al di là di ogni logica. Il solo scoprire, costruire e testare sul campo il maggior numero possibile di queste diavolerie, è qualcosa che vale il prezzo del biglietto. Questo. anche facendo finta che il gioco non vi incentivi attivamente a eseguire uccisioni fuori dagli schemi, riservando i bonus d'esperienza più succosi alle kill ottenute mediante i supporti meno ortodossi.

Un'altra novità è l'ingresso in scena del vil danaro. Dopotutto, siete in un luogo disseminato di casino e abitualmente frequentato da gente che in quanto a pecunia non se la passa malissimo. Vien da sé che un portafogli gonfio si rivelerà un vantaggio, o una risorsa strategica: Non trovate Zombrex? Poco male, quei simpatici saccheggiatori ne hanno in vendita, assieme a oggetti pregiati, outfit esclusivi e addirittura veicoli con cui rendere più veloci e sicuri i nostri continui spostamenti. Quel cocciuto sopravvissuto si rifiuta di unirsi a noi? Una mazzetta può fare miracoli. Niente cibo nei dintorni? Quel distributore di snack può fare al caso nos... un momento, 100 dollari per una sacchetto di patatine? Mi state prendendo per il culo?

Poi, non è una nuova feature vera e propria, ma, per quel che sono gli effetti, poco ci manca: l'intelligenza artificiale delle persone che potremo aiutare e portare al sicuro. La cosa più frustrante del prequel era senza ombra di dubbio il portare a termine le scorte, grazie a un'IA raccapricciante per cui il percorso fino al rifugio era puntualmente una sofferenza indicibile. Ora, i passi avanti in merito lasciano addirittura increduli: non solo non dovremo più fare la parte di Tata Lucia con degli emeriti decerebrati capaci di buttarsi in bocca all'unico zombie nel raggio di chilometri, ma ci troviamo alleati reattivi, collaborativi e ragionevolmente in grado di badare a sé stessi. Affidategli un armamento adeguato, e i sopravvissuti possono addirittura rivelarsi un aiuto concreto nel combattere gli psicopatici.

Giust'a proposito, se il livello di difficoltà generale si può dire (relativamente) ammorbidito, affrontare i boss resta sinonimo di tanto, tantissimo dolore. I nuovi psicotici colpiscono duro più che mai, possono assorbire una quantità notevole di danni, e la strategia da adottare contro di loro non è sempre così scontata. Essere colti alla sprovvista è ancora più facile che prima, e presentarsi a questi appuntamenti senza un personaggio adeguatamente potenziato, lascia possibilità di successo pressoché nulle.

Già, per quanto si noti lo sforzo di rendere l'esperienza di gioco la più equilibrata possibile, farvi qualche partita di "warm up" e mettere assieme qualche livello prima di fare sul serio, resta un requisito ampiamente consigliabile per poter ambire ad arrivare fino in fondo, e senza essersi lasciati per strada troppe missioni secondarie. In generale, forse la sfida offerta dal gioco originale era globalmente più impietosa e gratificante, ma sarebbe quantomeno ingeneroso dire che questo secondo episodio si permetta di fare troppi sconti al giocatore.

Insomma, ben più di uno scialbo more of the same, anzi, posso tranquillamente parlare di un bis ottimamente piazzato, con cui Dead Rising si conferma ufficialmente come un brand di tutto pregio, e una scheggia di sana follia che ha saputo incunearsi nel mezzo di un panorama dove la creatività non è sempre qualcosa di scontato. Solo, ora chi mi toglie dalla testa le strane e pericolose idee che mi automaticamente balzano in testa ogni volta che vedo due oggetti a caso sulla scrivania?


Voto: 9/10

domenica 9 febbraio 2014

Recensione videogioco: Aliens: Colonial Marines





Titolo: Aliens: Colonial Marines
Anno: 2013
Sviluppatore: Gearbox Software, Nerve Software, TimeGate Studios
Distributore: Sega
Piattaforme: PC, XBox360, PS3
Piattaforma testata: PC



Pensate alla saga di Alien, e in particolar modo al secondo capitolo, quello "Scontro Finale" che, spingendo al massimo sul pedale dell'azione e dell'adrenalina senza tuttavia sacrificare spaventi e spessore narrativo, risulta tuttora una delle massime vette qualitative della celeberrima serie fanta-horror, nonché una genuina fonte di libidine per qualunque amante del genere, e del buon cinema in generale. Ci siete? ora immaginatevi cosa possa essere un sequel diretto della pellicola di Cameron sotto forma di sparatutto in soggettiva di nuova generazione, con tanto di luoghi e personaggi del film rivisitati ad hoc. E per giunta, rispetto ai precedenti di alto profilo dei videogiochi marchiati Alien vs Predator, niente crostacei con pettinature rasta di mezzo a interferire con la parte migliore e dal maggior potenziale di brividi: dotarvi di armatura, fucile a impulsi e rilevatore di movimento, ed essere spediti in qualche angolino oscuro della galassia, dove un intero esercito di bestie aliene letali, agguerrite e dotate di fattezze disturbantemente falliche, è pronto a farvi a pezzi, o se proprio, utilizzarvi come incubatrici viventi per i loro pucciosissimi pargoli. Il tutto in quel contesto di irresistibile cafonaggine, cameratismo da curva sud e di "escono dalle fottute pareti!!" proprio del glorioso corpo dei Marines Coloniali degli Stati Uniti. Ok, vi siete fatti un'idea e delle aspettative?
Bene, ora Aliens: Colonial Marines vi illustrerà punto dopo punto come buttare laconicamente alle ortiche tutto quel ben d'Iddio di potenziale di cui vi ho appena narrato.
Giusto per cominciare e per individuare subito il problema di fondo, stiamo parlando di un gioco nato da una storia produttiva per cui il termine "infernale" sarebbe solo un blando eufemismo: i 7 anni passati dall'annuncio del progetto alla release ufficiale sono stati un grottesco susseguirsi di ritardi, recriminazioni tra developers e editore, spacchettamenti dello sviluppo tra uno studio e l'altro, stop più o meno lunghi alla produzione e un pò di altre cose che tendono a non giovare un granché alla qualità del prodotto finale. Di fatto, è un mezzo miracolo che nonostante tutto Colonial Marines sia infine riuscito ad approdare sugli scaffali, seppure sotto forma di un prodotto largamente incompleto e visibilmente sofferente di una genesi tanto travagliata, tant'è che l'utenza ha dovuto attendere un corposo incerottamento per avere tra le mani un gioco "solamente" mal riuscito e non una beta ai limiti di presentabilità. 
Prima di tutto, Colonial Marines, fallisce in quella che dovrebbe essere la prerogativa primaria di qualunque buono sparatutto, ossia la qualità degli scontri a fuoco. Avrete a disposizione un arsenale ricco e piacevolmente personalizzabile , una moltitudine di roba a cui sparare e un sacco di ottime ragioni per farlo; un'equazione virtualmente perfetta, ma che all'atto pratico si inceppa a causa di un design atrocemente fallato, tra un'IA indegna, Xenomorfi apparentemente a prova di proiettile, mercenari Weyland-Yutani (sì, sono ancora malvagi, e, no, non hanno ancora imparato a farsi i cazzacci loro) dalla mira ridicolmente infallibile, e un feedback delle armi generalmente pessimo. Insomma, quanto basta per tramutare quella che dovrebbe essere una gloriosa orgia di piombo, esplosioni e brandelli umani & alieni come se piovesse in un'esperienza eccitante più o meno quanto compilare un modulo alle poste. Peraltro, il design approssimativo non si limita a questo, ma si estende anche alla progettazione dei livelli (con poche eccezioni, blando e dimenticabile), la struttura delle missioni (che tenta di invocare una certa varietà di situazioni, ma ottiene ben poco di realmente interessante), e molti altri dettagli piccoli o grandi. Per fare un esempio, ho eletto come mia personalissima nemesi la disposizione dei checkpoint, allestita con una logica per cui è tranquillamente possibile essere subissati di autosalvataggi facendosi una tranquilla passeggiata, e subito dopo, sciropparsi una sequela di intense ed impegnative sparatorie (che -vi ripeto- non sono il massimo del divertimento) col rischio di dover ripetere tutto da capo qualora l'ultimo nemico capitasse di sorprendervi col caricatore vuoto.
Ma se è vero che il gameplay fa acqua da tutte le parti, il comparto narrativo risulta addirittura peggiore. Il plot è raffazzonato al massimo e tremendamente noioso (per non parlare del finale, che -senza spoilerare nulla- è l'equivalente digitale di un dito medio sparato in faccia al giocatore, con tanto di sottofondo di pernacchie e risate di scherno); la caratterizzazione dei personaggi, laddove Cameron ha costruito una buona fetta del successo del proprio film consegnando agli spettatori Marine dotati di personalità, carisma e credibilità come una vera squadra, qui non va oltre mettere in scena una galleria di fantocci monodimensionali e vagamente irritanti, condannati ad ogni passo a recitare dialoghi semplicemente al di là del bene e del male. Credetemi sulla parola, alla quarantanovesima volta nell'arco di mezz'ora che sentirete la frase "un Marine non abbandona un altro Marine", sentirete un impulso incontrollabile di mandare tuti quanti bellamente a cagare ed iscrivervi agli Obiettori di Coscienza Coloniali. Il fatto che siano stati riutilizzati setting e personaggi della saga cinematografica (addirittura modificando la continuity ufficiale), non può, in questo caso, che essere un'aggravante. Per dire, chiamare in causa lo Space Jockey e relativa nave, e riuscire a rendere il tutto così deprimentemente anticlimatico, è qualcosa che nessun nerd al mondo potrebbe e dovrebbe essere disposto a perdonare.
Infine, il comparto tecnico. In quello che ormai si sta delineando come un impietoso tiro a segno contro la Croce rossa armati di bazooka, neppure il fattore puramente estetico riesce a ridare dignità a un gioco ormai irrimediabilmente lanciato a tutta velocità sulla strada del sonoro flop: la veste grafica è assolutamente mediocre, e come se non bastasse, soffre di vistosi quanto penalizzanti crolli nel framerate, anche su PC più che attrezzati (non so come siano messe a riguardo le versioni per console); il sonoro, a fronte di uno score originale effettivamente valido, è contrassegnato da un design basilare e insipido, incapace di incanalare pathos o rendere più efficaci (diciamo pure, "rendere efficaci") quei momenti in cui il gioco vi vorrebbe fare un balzo dalla sedia, magari proferendo espressioni poco carine nei riguardi dei personaggi del catechismo.
Ma, alla fine, volete sapere la cosa peggiore riguardo ad Aliens: Colonial Marines? Poteva DAVVERO essere un buon gioco. Nonostante tutto, i problemi nello sviluppo, i fantatrilioni di difetti e quant'altro, c'è del potenziale che fa capolino qua e là. Magari sono dettagli, come il piacevole sistema di livellamento e di customizzazione dell'arsenale, magari sono i setting che, nonostante tutto, mantengono il loro fascino, magari è quel comparto multiplayer che in qualche maniera riesce ad essere sorprendentemente divertente (certo, chiudendo un'occhio sulle già note lacune della giocabilità e fino al momento in cui il lag prende con prepotenza il sopravvento); tutte cose che non riescono a nobilitare in alcun modo un bilancio desolantemente negativo, e che, anzi, non fanno altro che amplificare le recriminazioni per una grande occasione mancata. Il mio consiglio? Rimettete su il DVD/Blu Ray di Scontro Finale, impugnate un pad e fate finta che Colonial Marines sia proprio quel capolavoro che vi sta scorrendo davanti agli occhi. Non credo esistano altri modi per rendervi giustizia. 


Voto: 5/10

martedì 19 novembre 2013

Recensione videogioco: Deadly Premonition





Titolo: Deadly Premonition
Anno: 2010, 2013 (Director's cut)
Sviluppatore: Access Games
Distributore: Rising Star Games
Piattaforme: Xbox360, PC/PS3 (Director's Cut)
Piattaforma testata: PC




"Zach, te lo ricordi quel gioco che abbiamo fatto in quel piovoso novembre? Voglio darti una mano... Prodotto da Access Games e diretto da Swery65... credo nel 2010. Un survival horror davvero atipico, se non proprio unico nel suo genere, con un'atmosfera surreale e personaggi assolutamente sopra le righe. Ricordo che non è piaciuto a tutti, ed è vero che ha una grafica non esaltante, molti bug e un gameplay per molti versi contestabile... Ma personalmente, l'ho trovato fantastico. La caratterizzazione è semplicemente coinvolgente, la trama è solida e affascinante, e la colonna sonora di Riyou Kinugasa (esatto Zach, proprio quel Riyou Kinugasa che ha lavorato su Resident Evil 0), nella sua stranezza riesce a brillare. Devo farti una confessione, prometti di non ridere Zach? Questo gioco ho finito per preferirlo a titoli più quotati come gli ultimi Resident Evil o Dead Space... Cose da non crederci, vero? Comunque, credo tu abbia capito di cosa sto parlando, dico bene? ...Esatto Zach, è proprio Deadly Premonition!".

Ok, immaginatevi monologhi (o dialoghi, se non volete discriminare amici immaginari e cose del genere) di questo calibro riferiti a film anni 80 profusi a ripetizione durante un'indagine per una brutale serie di uccisioni, e avrete un'idea su quello che probabilmente è l'abitudine meno eccentrica dell'agente speciale Francis York Morgan (ma chiamatelo York, come fanno tutti). Ora, inserite questo pittoresco protagonista in un apparentemente tranquillo paesello della provincia americana, dove non c'è abitante che, anche al netto della mole di segreti che immancabilmente verranno alla luce, non denoti almeno una rotella fuori posto; aggiungete un serial killer a piede libero, qualche zombie e degli ottimi sandwich al tacchino; date tutto in mano ai un team di sviluppatori giapponesi con apparente accesso a consistenti dosi di LSD o equivalenti, e avrete una delle esperienze, nel bene e nel male, più uniche di cui un giocatore possa fregiarsi. Sì, Deadly Premonition è davvero COSI' strano, e giusto per rendere più chiaramente l'idea, non fosse stato modificato in corso d'opera quel minimo che basta proprio per non allertare gli avvocati di David Lynch, si sarebbe tranquillamente potuto intitolare "Twin Peaks: The Unofficial & Even More Fucked Up Videogame", da tanto che è palese l'influenza del thriller più weird che si ricordi. 
Effettivamente, ha forse più senso parlare di "survival thriller" più che di un horror vero e proprio; sebbene non manchino gli elementi basilari del genere, il fulcro dell'indagine che porteremo avanti nei panni di York non sta tanto nei combattimenti, nella sopravvivenza o negli spaventi (diciamolo pure: pressoché assenti), quanto proprio nell'aspetto investigativo: per quanto bizzarro possa essere (o forse, proprio a causa di questo), l'agente FBI è un autentico genio dell'identikit e non gli mancheranno le occasioni per sfruttare questo talento pur coi pochissimi indizi a disposizione in una caccia all'assassino sempre più ingarbugliata e frenetica; così come sarà per lui vitale addentrarsi nella vita della ridente comunità di Greenvale, e nella rete di intrighi e misteri che i relativi abitanti custodiscono più o meno gelosamente. Coerentemente (quanto atipicamente per questo genere), avremo a disposizione una struttura open world alla GTA, in cui saremo solitamente liberi di bighellonare per Greenvale, cimentandoci per strada con una vasta selezione di incarichi secondarie, minigames e distrazioni di ogni tipo; mentre nei momenti salienti delle indagini (leggasi: quando ci sarà bisogno di estrarre la fida 9mm), torneremo su binari più canonici e lineari da action in terza persona. E ad essere sinceri, è un bene che combattere non sia l'aspetto predominante di Deadly Premonition: Una manciata di minuti attraverso il prologo bastano e avanzano per farsi un'idea della rigidità dei comandi, delle meccaniche semplicistiche e della ridicola facilità con cui è possibile spazzare via qualunque mostraccio ci si pari davanti. Non aiuta neppure la varietà di nemici praticamente nulla, e delle pallottole illimitate che fin dall'inizio avremo a disposizione per la nostra pistola d'ordinanza, in barba a qualunque convenzione dei survival horror (oltretutto, tramite le sidequest, è facilissimo procurarsi fin dalle fasi iniziali ammennicoli di morte & distruzione spropositatamente efficaci). 
E fossero solo questi i problemi: come accennato precedentemente quella confezionata da Access Games è una collezione di bug e fallacie di game design da mettere i brividi a qualunque giocatore di buona volontà. Per iniziare, una serie di meccaniche folli e insensate, se non apertamente votate a incutere fastidio e frustrazione. Tipo, era davvero necessario inserire il livello di carburante per i veicoli? A maggior ragione, con un unico benzinaio in paese, e nemmeno aperto tutto il giorno (perché sì, c'è un orologio in-game, con tanto di obiettivi e sidequest attivabili solo entro certi orari e/o condizioni meteorologiche)? E vogliamo parlare degli indicatori di fame e stanchezza, peraltro tarati sul metabolismo di York, degno di un colibrì sotto cocaina? E l'obbligo di radersi e cambiarsi d'abito periodicamente per non finire circondati di mosche e penalizzati pecuniariamente per la nostra pessima igiene? E al primo che mi tira fuori il termine "realismo", vorrei solo ricordare che questo è lo stesso gioco in cui, se siete reduci da un paio di fucilate e un'esplosione in pieno grugno, a digiuno da giorni e altrettanto a corto di riposo, bastano un paio di biscottini come Cristo comanda per diventare in un batter d'occhio il ritratto della salute e della forma fisica. Così per fare il primo esempio che mi viene in mente.
Passi questo, passi un pò meno una qualità grafica che spazia tra il mediocre e l'imbarazzante, con delle animazioni semplicemente da vedere per credere. O anche il modello di guida da mani nei capelli, per cui le automobili meno potenti risultano completamente incontrollabili nonostante una velocità massima a cui confronto un Ciao potrebbe gareggiare in Superbike (e se è vero che tra potenziamenti e nuovi veicoli sbloccabili le cose migliorino, siamo sempre ben sotto la decenza). Passi MOLTO meno quello che ne esce fuori dal Director's cut recentemente rilasciato per PS3 e PC, che (almeno per quest'ultima versione) senza migliorare nulla dopo 3 anni, aggiunge bug grafici a non finire, una scattosità dei filmati semplicemente ingiustificabile, una  inquietante propensione al crash e uno dei peggiori layout per mouse/tastiera mai visti, peraltro rimappabile solo in modo ridicolmente limitato (i mancini in particolare ringraziano) e senza alcun supporto per gamepad, cosa un pochino paradossale per un porting da console. E' una fortuna che alcuni modder (tra i quali l'eroico Durante già autore di un fix per un'altra conversione di leggendaria merdosità quale Dark Souls) si siano già premurati di mettere quelle pezze necessarie per rendere perlomeno giocabile questo disastro.
Disastro, sì. Ma un disastro di cui è possibile, se non facilissimo innamorarsi. Capita infatti che, nonostante una mole di difetti capace a stroncare senza pietà qualunque opera videoludica, Deadly Premonition sia riuscito ad attirare su di sé lo status di culto nonché una cerchia a quanto pare nemmeno così ristretta di fan adoranti. Il motivo? Come già accennato, l'atmosfera che si respira dalle parti di Greenvale è qualcosa di difficilmente eguagliabile o replicabile. Già l'elevato e ottimamente riprodotto sapore "Lynchano" in sé dovrebbe essere un motivo sufficiente per una relativamente vasta platea, e nel caso non bastasse, a sopraggiungere è un carisma capace di oscurare qualunque sbavatura piccola o grande. Anche guardando oltre il semplice campionario di stranezze in superficie, la sceneggiatura che Swery65 ci propina è qualcosa di funzionante, appassionante e perfettamente compiuto, questo senza dimenticare di seminare sapientemente qualche ambiguità in cui la comunità nerd sarà entusiasta di sguazzare tra un Silent Hill e l'altro. Dopotutto, la cosa difficile non è creare un setting in cui la stranezza è la parola d'ordine, ma è renderlo coerente a sé stesso e in qualche modo credibile, cosa in cui gli sviluppatori hanno centrato in pieno il bersaglio: ci vuole poco a calarsi nella bizzarria di Greenvale e relativa popolazione, e accettare come norma la presenza di un'anziana signora che girovaga per il paese con una pentola di cui è ossessionata, un "misterioso capitalista" mai visto in pubblico senza maschera antigas e che comunica attraverso un assistente che parla solo in rima e un armaiolo convintamente pacifista e morbosamente appassionato di figurine. Oltre che ovviamente, un agente FBI che usa il caffè come indispensabile strumento d'indagine e che ama discorrere col proprio amico immaginario (o qualcosa del genere) del cast di Tremors 4 piuttosto che di Ramones o di contenuti extra dei DVD, tra le altre cose. Un altro esempio del cocktail di brillantezza e di "so bad so good" rasentante il trascendentale qui presente è il sound design, che per quanto apparentemente (volutamente?) sconclusionato, che tra motivetti allegri atrocemente fuori luogo e tunes inquietanti a mentula canis, rende la soundtrack un valore aggiunto nel creare quel feeling gustosamente al di là di ogni logica su cui poggia l'opera di Swery65.
Dunque, il miglior brutto su cui metterete mai mano, o il peggio gioco fighissimo sul mercato. Un'opera a cui avvicinarsi con reverenza e goduria, o una ciofeca da lasciare con sdegno sullo scaffale. Love it or hate it. Insomma, ci siamo capiti, qui le mezze misure non possono essere in alcun modo contemplate, ed è ora, nel momento di dare un giudizio, che Deadly Premonition è tra quelle cose che per qualsiasi critico rappresentano, per usare un termine tecnico, un gran cazzo di casino. Ed è in questi momenti che ringrazio il fatto di non essere un critico serio, e di conseguenza posso sbattermene di qualunque criterio razionale. Poi, a seconda di quello che avete letto, liberi di aggiungere o più probabilmente sottrarre un punteggio a scelta. E ora scusate, fatto il mio dovere, torno a godermi questo meraviglioso disastro.

Voto: 9/10

martedì 10 settembre 2013

Recensione videogioco: Silent Hill




Titolo: Silent Hill
Anno: 1999
Sviluppatore: Konami (Team Silent)
Distributore: Konami
Piattaforme: PSX, PS3, PSVita
Piattaforma testata: PSX


Una tranquilla vacanza, un periodo di serenità e un modo di rendere felice la figlia adottiva Cheryl; questo nei pensieri del mansueto scrittore Harry Mason sulla strada per la cittadina di Silent Hill. Ma improvvisamente, apparizione di una misteriosa ragazza, una brusca frenata, uno schianto. Quando Harry riprende conoscenza, a circondarlo è solo un'innaturale nebbia, di Cheryl nessuna traccia. Sarà l'inizio di un incubo, per il malcapitato padre, e per i videogiocatori di tutto il mondo.
Correva l'anno 1999, e allora dire "survival horror" equivaleva di fatto a chiamare in causa la serie Resident Evil, giunta già al secondo capitolo e punto di riferimento più che assoluto nel suo genere, tra orde di zombie, mostruosi esperimenti segreti e quel delizioso feeling da B-movie ad alto intrattenimento. In questo scenario Konami ha fatto il suo ingresso di forza, proponendo una boccata d'aria fresca, e un sentiero del tutto complementare rispetto a quello tracciato dal gioiellino di casa Capcom. Da una parte un horror puramente cinematografico, diretto e un pò caciarone (nella migliore accezione del termine); dall'altra un approccio più sottile e introspettivo, popolato di metafore, ambiguità e dove lo spavento non è cercato con un "BU!" sparato a tutto volume nel momento giusto, ma piuttosto costruito sul progressivo sfiancamento dei nervi del giocatore. Silent Hill rappresenta l'alba del survival horror psicologico.
L'impatto rivoluzionario del titolo Konami infatti non è da ricercarsi nel gameplay (che invero non si discosta molto da lidi già conosciuti e collaudati), ma in una trama matura e sfaccettata -aspetto, questo, che verrà ulteriormente affinato & perfezionato nel proseguo della saga- e un comparto di orrore puro capace di mettere a durissima prova anche chi di "cheap thrills" e balzi sulla sedia vari ha fatto ampiamente indigestione.
Già nelle nostre primissime escursione per le strade della "ridente" città, avremo modo di conoscere un paio delle chicche che i premurosi ragazzi del Team Silent hanno escogitato per attentare alle nostre coronarie, e che della serie si confermeranno elementi iconici.
Il primo, naturalmente è la "cara" nebbia, una cappa opprimente che -talvolta intervallata da una coltre di buio assoluto misto neve fuori stagione- limita senza pietà il nostro campo visivo a pochi metri dal nostro naso, con tanti saluti a quel poco di senso di sicurezza che potremmo desiderare da un gioco di questo tipo. E, per la cronaca, siamo di fronte a un lampante esempio di "unire l'utile al dilettevole". Scelta abbastanza atipica per l'epoca (almeno nel suo genere), Silent Hill sfoggia un ambiente di gioco interamente tridimensionale ed esplorabile in tutta libertà, in controtendenza con gli sfondi prerenderizzati e il sistema di telecamere fisse che han fatto la fortuna di Resident Evil. Una buona idea per spezzare il senso di linearità e coinvolgerci a 360° nell'azione, ma anche una brutta gatta da pelare per la capacità di calcolo della cara vecchia Playstation; da qui, complice l'ispirazione a Stephen King e al suo -ottimo- racconto "The Fog", ecco l'idea del diabolico manto nebbioso e la relativa visuale extra ristretta. L'hardware PSX ringrazia, horrorofilo ancora di più, tant'è che nei capitoli successivi, con l'avvento di nuove generazioni di console e sparita l'esigenza "tecnica", il look distintivo delle strade di Silent Hill resterà immutato. Così come si imporrà come gadget irrinunciabile per molti futuri "ospiti" della città la radiolina portatile che intascheremo agli inizi della nostra avventura. Non ci sarà possibile sintonizzarla sulle canzoni di Gigi D'Alessio, ma scopriremo presto che il suo utilizzo ha risvolti solo leggermente meno inquietanti: la radio ha per qualche ragione la capacità di percepire la presenza di mostri nei nostri paraggi avvertendoci con poco rassicuranti scariche statiche; uno strumento utile quanto poco salutare per i nervi, e che oltretutto fornisce un incentivo a giocare a volume alto, in quanto sottrarsi al terrificante comparto audio comporterebbe uno svantaggio "tattico" non di poco conto, considerato che nel momento in cui finalmente potremo vedere un nemico, sarà solitamente un pò troppo tardi per farsi trovare preparati.
Questo ci porta a un altro dei fattori che hanno fatto di Silent Hill una pietra miliare dell'orrore videoludico, ossia il sonoro. Oggi sono in molti ad aver capito quanto un buon sound design possa fare la differenza in un survival horror degno di questo nome (prendete ad esempio Amnesia e Dead Space); 14 anni or sono il Team Silent è stato un vero e proprio precursore di questa tendenza, non sottraendo nemmeno le nostre orecchie al lento e costante assedio perpetrato ai danni del nostro sistema nervoso; l'uso del campionario di SFX, apparentemente "random", è in realtà orchestrato magistralmente per metterci sull'attenti quando meno ce lo aspettiamo, tra tonfi, pianti e quant'altro riesca a farci sobbalzare e aggiungere accrescere un senso di paranoia che non ci scrolleremo facilmente di dosso, nemmeno (o meglio, soprattutto) qualora le minacce "promesse" da quello che sentiamo non arriveranno a sfociare in un riscontro concreto (e giusto per ribadire il concetto, non contate troppo su spaventi "catartici" e liberatori, i buontemponi Team Silent sanno essere parecchio sadici).
A questo punto credo di essere stato abbastanza chiaro: Silent hill è un gioco spaventoso. Lo era senza alcun margine di discussione quando vide la luce, e rigiocato dopo quasi tre lustri (che videoludicamente parlando sono equiparabili in svariati secoli), è bello constatare che la magia funziona ancora; e d'altronde, se hardware, motori grafici e tecnologie fanno il loro tempo (e sì, parliamo di un gioco che a livello tecnico i suoi anni li dimostra fino all'ultimo), ci sono elementi che non raggiungono altrettanto facilmente l'obsolescenza.
Ma comunque, se è vero che non di sola paura vive il giocatore di survival horror, è cosa buona & giusta specificare che Silent Hill non sia affatto tutto stile e poca sostanza, e anzi, si rivela un survival horror solido, giocabile ed estremamente godibile. L'unico relativo appunto sul comparto di gameplay potrebbe arrivare giusto sulla difficoltà e il grado di sfida complessivo, che un giocatore già sufficientemente smaliziato nel genere difficilmente troverà particolarmente ostica. Se poi si proviene direttamente da Raccoon City e dintorni, quasi non pare vero di trovarsi di fronte tanta abbondanza di munizioni e oggetti curativi, per non parlare della relativa facilità con cui possono essere evasi gran parte dei combattimenti, e infine, l'inventario illimitato e nessun limite di salvataggi, alla faccia di nastri d'inchiostro e "scatoloni magici" tanto di moda dalle parti della "città del procione". Un discorso a parte, invece lo meritano gli enigmi che dovremo risolvere nella strada che ci separa da Cheryl, e tra un esempio e l'altro del più classico "trova l'oggetto giusto e piazzalo al punto giusto", ci riservano puzzle di inaspettata finezza, per cui un'adeguato utilizzo di materia grigia diventa un requisito non sindacabile. Konami non mancherà affatto di intuire le potenzialità di questo fattore, al punto che i successivi capitoli della serie includeranno un settaggio di difficoltà apposito per i rompicapo, così da garantire ai più temerari spremiture di meningi di tutto rispetto, o al contrario, agevolare la vita a chi preferisca concentrarsi sul lato più prettamente d'azione, o semplicemente godersi lo scorrere della trama senza troppi intoppi di qualsiasi natura.
Dunque, con questo siamo arrivati al termine di questa retrospettiva e come era schifosamente prevedibile, la conclusione non può che essere una: Silent Hill è un capolavoro, rigiocato 14 anni dall'uscita esattamente come agli occhi di un gamer della fine dello scorso millennio (ok, detto così suona strano...); e non è solo questione di valore storico (che pure, è a livelli stellari): se è vero che i sequel avranno modo di migliorare la struttura e sviluppare con esiti memorabili idee qui allo stadio embrionale, il capitolo da dove tutto ha avuto inizio riesce a confermarsi, anche a confronto con la prova del tempo, materiale di primissima qualità e un carisma inesauribile. Fatevi un piacere: recuperate questo gioiello.

Voto: 10/10